|
Enna, 6 Febbraio 2004
Carissimo
Nicholas,
ieri, con i compagni
della mia classe, siamo stati alla Sala Cerere ad ascoltare tuo padre. Eravamo
proprio tanti: seduti in poltrona, in piedi, in bilico su un bracciolo,
accovacciati per terra. Tutti ascoltavamo con molta attenzione le parole di
tuo padre, tradotte in simultanea da un nostro professore di lingua inglese.
Mano a mano che ascoltavo, avevo sempre più l’impressione di vederti: biondo,
paffutello; avevo sempre più anche l’impressione di conoscerti: vivace,
simpatico. Così ho pensato di scriverti una lettera, come se fossimo vecchi
amici.
Invece per la prima
volta ho sentito parlare di te in classe, dalla nostra insegnante di scienze ,
solo pochi giorni prima, quando ci aveva informato che tuo padre si trovava in
Italia per un giro di conferenze riguardanti la donazione volontaria degli
organi. Così conoscevo per la prima volta anche questo problema così grave che
coinvolge molte persone di età diversa: bambini, ragazzi come me, adulti, in
ogni parte del mondo.
Sarò sincera. In
classe la lezione era stata di una noia mortale. Numeri, grafici, statistiche!
Ma quando la professoressa ci ha detto: “Allora, volete andare alla conferenza?”
Noi in coro avevamo risposto “Sììììììì!!!” Ma, come puoi ben immaginare, avevamo
accettato solo per caliarci la scuola (a Enna si dice così). Sarò ancora
più sincera: tutto è cambiato quando abbiamo sentito tuo padre. Di lui, subito,
mi ha colpito il sorriso, poi la calma delle sue parole e quei colpetti di tosse
che a volte interrompevano il suo discorso. Sentire raccontare la tua storia,
proprio dalle sue labbra, mi ha commosso e allo stesso tempo mi ha fatto
vergognare di vivere in una terra dove la violenza ha stroncato la tua vita
senza un perché.
L’altra cosa strana
che ti devo dire è che, mentre ti scrivo, ti penso come se tu fossi vivo.
Perché tuo padre parlava di te come se eri lì, vicino a lui, in mezzo a noi. Ci
diceva che anche tua madre, Maggie, ha sempre questa sensazione, che si fa più
forte quando entrambi pensano alle persone che, grazie ai tuoi organi, vivono
ancora.
Mi ha colpito molto
la storia di Pia (se non ho capito male, questo era il nome), una ragazza di 19
anni che nel giorno in cui ti hanno sparato, stava morendo anche lei. Ora invece
“Scoppia di salute,” - ha detto proprio così tuo padre!- Infatti Pia si è
sposata e nel 1998 ha avuto un bambino che ha chiamato Nicholas!
Ma lo sai che, a
questo punto, a tutti ci è venuto spontaneo battere le mani in segno di gioia?
Così sei rinato due
volte: dando la vita a Pia, che a sua volta ha dato la vita a Nicholas ! E la
tua vita continua. Da qui si vede che la tua storia è senz’altro una storia
speciale, di quelle che fanno commuovere tantissimo e fanno riflettere,
specialmente noi giovani che spesso siamo portati ad essere superficiali! |
Poi
abbiamo battuto forte le mani anche quando tuo padre ci ha parlato di Andrea,
che vive col tuo cuore. Ci ha raccontato che di recente l’ha incontrato a Roma.
E qui la commozione l’ha assalito di nuovo. Che splendido padre che è il tuo!
Coraggioso, altruista. Che bello che sarebbe stato se avessimo conosciuto anche
tua madre! E chissà che non capiti qualche altra volta.
Certo ci ha fatto un
po’ di impressione ascoltare da tuo padre la storia di Michael, ora di 12
anni, molto malato, che, dopo tante sofferenze, finalmente vive bene grazie al
trapianto di reni e fegato. Ci ha parlato anche di Anthony, un ragazzo ebreo
di 15 anni, a cui non è riuscito il trapianto di reni, perché non gli
funzionavano, allora suo padre, George, gliene ha donato uno dei suoi.
Poi la storia più
triste. C’era un silenzio strano. Pensa che eravamo tanti ragazzi e sai bene che
spesso non si resiste alla tentazione di parlare, di distrarsi, invece stavamo
tutti in silenzio, attentissimi. Si sentiva solo la voce di tuo padre e poi
quella del professore che traduceva.
Tuo padre ci ha
parlato dell’inaugurazione della torretta della Bell dei bambini – ci ha
fatto vedere una diapositiva- il 26 Ottobre del 1996, nella Baia di Bodega, in
California.
Geniale quello
scultore, Bruce Hasson, che l’ha ideata e realizzata. Sarò sincera. Ancora una
volta mi sono commossa tanto. Una semplice torretta fatta di tubi da cui pendono
tante campanelle, di diversa misura. Ognuna rappresenta la vita di un bambino
che non ce l’ha fatta, perché non c’era un organo disponibile per lui. Purtroppo
è triste, molto triste, sapere che dei genitori dal 1996, colpiti da questa
disgrazia, sono andati lì a portare una campanella. Chissà cosa si prova a
sentirle suonare mosse dal vento!
Tuo padre ci diceva:
“Ragazzi, vedete quanto ancora c’è da fare?”.
Allora, in
conclusione, sai che ti dico? Spero tanto che l’effetto Nicholas, di cui
ha parlato tuo padre, continui sempre a farsi sentire, perciò spero che tanti e
sempre di più saremo quelli che ci renderemo disponibili a donare i nostri
organi, imitando coraggiosamente il tuo esempio. E non credo che la cosa non si
avveri. Infatti se prima avevo provato vergogna per la mia terra, poi ho provato
orgoglio, quando ho sentito dire che, dalla tua morte a oggi, l’Italia è in
testa nella classifica europea dei donatori di organi.
Un saluto affettuoso
da una tua nuova amica.
Sofia Lombardo |
|