Il crescente numero di donne impegnate in un’attività extradomestica è senza dubbio uno dei dati caratteristici della situazione italiana degli anni recenti. A questo dato (che trova riscontro anche nella situazione degli altri paesi) ci si riferisce sempre come un fenomeno destinato a comportare mutamenti di grande rilievo sia nella posizione sociale della donna che in tutto l’insieme dell’organizzazione della società italiana. Se non
che, nel fare questo, si trascura a volte di esaminare a fondo la natura dell’inserimento progressivo della manodopera femminile nella produzione: si elaborano soluzioni che non corrispondono alle reali esigenze della situazione presente e futura. Nel quadro di una società organizzata su base capitalistica, si tende sempre a utilizzare la manodopera femminile come sussidiario, complementare o sostitutiva di quella maschile: l’inserimento delle donne nella produzione avviene cioè soltanto in via subordinata, quando il lavoro della donna
risulta, per una ragione o per l’altra, più “conveniente”, dal punto di vista del profitto di quello dell’uomo, o quando particolari esigenze lo richiedono. Esso è, dunque, legato a particolari fasi del progresso tecnico (quando lo sviluppo tecnologico permette di impiegare manodopera di scarsa qualifica); ad un andamento ciclico (a un aumento spesso succede una diminuzione e così via); tende ad avere carattere stagionale o, quanto meno, limitato negli anni rispetto alla vita della lavoratrice; si verifica in determinati settori
piuttosto che in altri e, infine tende ad avvenire sempre ai livelli più bassi e alle condizioni peggiori. La popolazione femminile viene considerata un enorme riserva di manodopera potenziale, alla quale attingere quando e come risulta più utile, ai fini della produzione e del profitto. Quando perde, per una qualsiasi ragione, il lavoro, la donna “torna in quella immensa riserva di lavoro non qualificato economicamente che è costituita dai milioni di donne potenzialmente attive ma estranee alla dimensione mercato, e per la società è
indifferente che essa vi affiori e non riaffiori ad un certo livello nel processo produttivo e nella stessa dimensione economica”. E’ ormai convinzione generale che il lavoro extradomestico delle donne sia un fenomeno “irreversibile”, cioè un dato insopprimibile della società moderna, qualunque sia la sua struttura. Proprio sottovalutando gli elementi che abbiamo prima esaminato, tuttavia, si può finire per riconoscere a questo carattere di irreversibilità un contenuto intrinseco positivo assai superiore a quello che esso non abbia
nella realtà.
Tuttavia anche coloro i quali, pur non essendo favorevoli al lavoro extradomestico delle donne e delle sue implicazioni sociali, lo accettano come una “dura necessita”. La società non può che adeguarsi alle nuove condizioni. In Germania e nei paesi occupati il nazismo, in Italia il fascismo adottarono tutta una serie di misure per limitare o addirittura per impedire l’accesso delle donne alla produzione. In Italia il regime fascista, oltre ad
escludere in parte o del tutto dalla professione e dai pubblici impieghi, giunse a far obbligo alle aziende private di inviare ai consigli provinciali corporativi gli elenchi di dipendenti distinti per categoria e sesso, onde prescrivere d’ufficio le previste riduzioni di manodopera femminile. Inoltre, ridusse drasticamente i salari e gli stipendi femminili. Malgrado tutto questo, l’occupazione femminile nell’industria e nelle altre attività continuò a crescere, il che conferma il carattere generale di irreversibilità del lavoro
extradomestico delle donne. Ma in quali condizioni si sviluppò il fenomeno, proprio grazie a quelle misure? In molti settori, le donne si videro chiudere la porta in faccia e, nelle branche ove continuarono ad avere possibilità di accesso, furono costrette a sopportare durissime discriminazioni. Nel complesso, la partecipazione delle donne alla produzione accentuò il suo carattere sostitutivo e subordinato.
Il lavoro extradomestico delle donne può essere codificato come sostitutivo e subordinato e la manodopera femminile può essere permanentemente relegata in una posizione di riserva. Può
avvenire addirittura che l’occupazione femminile aumenti proprio perché le condizioni delle lavoratrici peggiorano e quindi diviene sempre più conveniente, ai fini del profitto impiegare manodopera femminile. Il che significa che, ove le lavoratrici riescono a conquistare miglior condizioni contrattuali, il processo può anche invertirsi.
Insomma si può affermare che il lavoro extradomestico delle donne e un fenomeno storicamente irreversibile in quanto, come diceva Bebel, la grande industria moderna “non solamente consente il lavoro femminile su larga scala, ma tassativamente lo esige”. Ma esso può essere soggetto ad un andamento ciclico, con flussi riflussi e caratterizzarsi, quindi come sostitutivo e subordinato.
Ai fini della questione femminile, non può che essere questa la caratterizzazione che più ci interessa. Qui, infatti, si trova una delle ragioni per cui l’accesso della donna al lavoro extradomestico non comporta automaticamente l’emancipazione. Non è solo perché, come a volte è stato osservato, i lavoratori in generale, in una società capitalistica sono sfruttati: ma appunto perché, all’interno di questa condizione generale di
sfruttamento, la donna lavoratrice può conservare una posizione doppiamente subordinata. Questa è anche la ragione per la quale non sembra giusto affermare che l’irreversibilità del lavoro domestico femminile extradomestico postula, di per sé, l’adeguamento della società alle nuove condizioni create dall’accesso massiccio delle donne alla produzione. In realtà, la società capitalistica tende ad utilizzare permanentemente il lavoro femminile, sfruttandone i caratteri di subordinazione e mantenendolo costantemente in una posizione di
riserva. Ogni confronto con fenomeni quali la liberazione dei lavoratori o la conquista della libertà religiosa non mi pare utile, nè pertinente.
In quali condizioni, oggi, la donna italiana partecipa alla produzione, e vive nel mondo del lavoro?
Ad esaminarle anche sommariamente, se ne rileva subito la profonda novità rispetto al passato. Fin quando la casa era il centro produttivo, il contributo della donna alla produzione era organicamente situato nella vita familiare, e sostenuto dalla struttura dell’intera famiglia. Il mondo domestico era modellato sulle possibilità e sulle esigenze dell’uomo e delle donne: ciascuno vi svolgeva le sue funzioni secondo un ordine che teneva conto
delle differenze tra i sessi, anche se le codificava in una scala di subordinazione, e dalle varie espressioni della persona umana. La famiglia esauriva l’esistenza dell’individuo e quindi, nel loro ambito, il lavoro dell’uomo e della donna, facevano parte di un insieme armonico e unitario. Con l’avvento dell’industria le cose sono decisamente mutate: la donna, come l’uomo, può partecipare alla produzione solo se esce dalle mura domestiche e dall’alveo familiare. I ritmi e le regole che vengono imposti alla lavoratrice non
tengono, in partenza, alcun conto delle differenze: la struttura stessa del mondo del lavoro si presenta con un volto ostile alla personalità femminile, tanto che molti sociologi non esitano ad affermare che la lavoratrice ha tutti i caratteri della “disadattata”.
L’elemento di novità più profonda sta nella separazione dei ruoli. Nella casa, centro di produzione e convivenza, il contributo della donna alla vita familiare e quello dell’attività produttività erano armonicamente fusi. Adesso, la donna viene strappata, come l’uomo, all’alveo domestico e gettata nella bolgia della produzione industriale: ma alle sue spalle rimane un vuoto che ella sente dentro di sè. In realtà l’uomo ha
“risolto” il dissidio abbandonando, nella pratica, l’impegno familiare: provvede solo ai mezzi di sostentamento e qui si esaurisce il suo ruolo domestico, anche quando i mezzi di sostentamento non sono affatto sufficienti a far vivere la famiglia.
Per la donna è diverso: a questa separazione, a questo contrasto tra ruolo produttivo e ruolo familiare si ribella la sua personalità. E si ribella tanto più quanto più grande diviene il contrasto. E’ interessante constatare come le donne considerassero il lavoro con assai maggiore naturalezza, quando ancora esso, pur svolgendosi fuori dell’ambito domestico, appariva ed era, in buone parte, legato al mondo familiare. Nella comunità studiata
da Pizzorno, il lavoro extradomestico delle donne data da circa un secolo. Nei primi decenni, ogni famiglia era impegnata sia nei lavori agricoli che nel lavoro industriale. Il doppio impegno veniva assolto utilizzando il riposo settimanale per andare nei campi, e assentandosi, anche per lungo tempo, dalla fabbrica durante le stagioni più intense dei lavori agricoli. Ma avveniva soprattutto che nell’ambito nella stessa famiglia alcuni lavorassero in fabbrica e altri nei campi: e dal momento che l’industria tessile era la più diffusa
toccava proprio alle donne andare in fabbrica. Tuttavia, questa fase di transizione faceva sì che non vi fosse una netta separazione tra mondo domestico e mondo industriale: non a caso anche le fabbriche erano organizzate secondo sistemi paternalistici. Per parecchi decenni le condizioni rimasero queste. Con quali conseguenze? Il lavoro extradomestico era per le donne un tipo di prestazione diverso dal passato nelle forme, ma ugualmente subordinato. Allo stesso tempo però il mondo della fabbrica si presentava, per certi aspetti, abbastanza
omogeneo a quello familiare.
Cos’ è venuto, dunque, a provocare tante differenze? Semplicemente lo sviluppo dell’industria e il contemporaneo ridimensionamento dei nuclei familiari, la razionalizzazione e il progresso tecnologico. Sono mutate le condizioni della vita familiare: la famiglia coniugale non sostiene più con il suo tessuto la donna che lavora. Sono mutate anche le condizioni della vita in fabbrica: l’operaia viene sempre più subordinata alla produzione.
Costa più fatica mantenere i propri impegni domestici; costa più fatica il lavoro in fabbrica. Ciò non significa affatto che prima “si stesse meglio”, i rapporti gerarchici erano più “personali” ma perciò stesso lasciavano assai più libero campo all’arbitrio come del resto l’elasticità e la disciplina; le lunghe assenze erano tollerate semplicemente perché la manodopera femminile costava di meno, i salari erano più bassi e le leggi protettive erano più limitate. Le difficoltà che la donna si trova ad affrontare oggi non
sono proprie dell’ambiente industriale anche se appaiono le più evidenti. E possibile riscontrarle in tutte le altre branche di attività, e perfino in agricoltura, nell’ambiente che ha sempre visto la donna impegnata nella produzione. Anche nelle campagne le famiglie vanno sempre più restringendo la loro struttura: e ciò porta ad un maggiore impegno della donna nella famiglia e nella produzione. Anche l’agricoltura offre alle donne maggiori possibilità d’impiego: ma dal momento che gli antichi impegni debbono pur sempre essere
assolti il contrasto tra i ruoli e la doppia fatica fanno la loro comparsa. E’ alla doppia fatica domestica ed extradomestica che ci si riferisce di solito, quando si esaminano le difficoltà della lavoratrice italiana moderna. E’ questo senza dubbio un dato drammatico tale da sconvolgere profondamente l’esistenza delle donne, da piombarle in una sorta di inferno del quale sembra di non vedere mai la fine. Ma nelle decine di questionari che in questi anni sono stati rivolti alle lavoratrici delle varie organizzazioni politiche e sindacali
figura sempre come risposta agli interrogativi più diversi, la stessa parola: “stanchezza”. In fabbrica, in ufficio, nell’esercizio della sua professione non può fare a meno di essere continuamente preoccupata per quanto avviene in famiglia, non può dimenticare ciò che l’aspetta nel mondo del lavoro.
Il sentimento che spesso accompagna la lavoratrice è caratteristico e assomiglia fortemente al rimorso: la lavoratrice ha la sensazione di sottrarre se stessa alla famiglia di mancare a qualcuno dei suoi numerosi doveri. La donna si rende conto oscuramento che la società le chiede di concentrarsi nei suoi ruoli diversi, anzi opposti: le chiede di essere soltanto una lavoratrice nell’azienda e soltanto una casalinga in famiglia. Ma non si tratta
di un’incapacità femminile. Il problema cosi come è posto da questa società e insolubile: i ruoli si accavallano nei fatti e il fallimento è inevitabile. L’esistenza di due modelli diversi, di lavoratrice e di casalinga, dalla quale discende un’ aperta frattura della personalità femminile, ha gravi conseguenze sull’inserimento della donna nel mondo del lavoro. Innanzi tutto, ancora oggi, in Italia c’è una grave difficoltà di partenza.
Un tempo le bambine venivano preparate contemporaneamente a ricoprire due ruoli, domestico e produttivo. Oggi la situazione è assai diversa: la partecipazione alla produzione richiede una preparazione specifica. Ma proprio perché la donna sembra destinata ad essere prima di tutto”casalinga”, questa preparazione viene ancora oggi trascurata: le scuole professionali femminili sono poche e povere, e d’altra parte le ragazze non vengono mandate
in queste scuole miste perché non se ne vede l’utilità. Oppure spesso questa preparazione è mal indirizzata, tal che la maggioranza delle ragazze frequenta le scuole di dattilografia e stenografia, però succede che molte volte si trovano a fare un lavoro diverso del tutto del loro. Si insiste nell’insegnamento alle allieve di economia domestica: dovrebbe trattarsi della preparazione specifica al mestiere di casalinga, ma proprio perché non è affatto un mestiere, molte delle materie finiscono per non aver nulla a che fare con la vita
reale nel mondo moderno e potrebbero alimentare tutt’al più qualche hobby. E’ questa dunque la prima conseguenza della prospettiva pratica e ideale che la donna sembra avere il rapporto alla separazione dei ruoli. Questo punto di partenza condiziona anche tutti gli altri momenti della vita della donna; appena può la ragazza delle classi popolari cerca un lavoro. A spingerla in questa ricerca è soprattutto una necessità economica della famiglia, che si fonde con la propria necessità individuale. Con gli anni si avvicina la prospettiva
del matrimonio e quindi un’esigenza di risparmio. Tutte le indagini fin qui condotte concordano, nell’individuare in questa necessità economica, l’origine prima della ricerca del lavoro: il che non esclude il fatto che possa esistere, nella ragazza in cerca di prima occupazione, una volontà d’indipendenza e, in un certo senso, un desiderio di emancipazione, che affiorano sempre più chiaramente, a mano a mano che si procede nel tempo. Se nonché proprio qui si verifica una delle tipiche contraddizioni che discendono dalla separazione
dei ruoli. La ragazza, infatti,nutre questo suo desiderio: più tardi nel momento in cui si fidanza e vede quindi concentrarsi la possibilità di formarsi una sua propria famiglia, ella sembra assai spesso rinunciare a questa volontà di emancipazione. Mentre dipendere dai genitori le appariva come un limite, dipendere dal marito torna a sembrare “naturale”. Cessa così, in moltissimi casi, la considerazione dal lavoro come strumento d’indipendenza: dopo il matrimonio, la spinta economica appare di nuovo come il movente fondamentale, se
non esclusivo, della ricerca del lavoro extradomestico e della sua accettazione. Ma la verità è che la contraddittoria prospettiva insita nella separazione dei ruoli non è mai scomparsa dalla coscienza della ragazza: il suo desiderio di crearsi uno status sociale non ha mai acquistato del tutto un valore autonomo. I limiti dell’impegno, con il quale la donna si presenta sul mercato del lavoro, proprio perché il suo “destino” sembra doversi realizzare comunque soltanto nell’ambito domestico, appaiono chiari anche nella scelta
dell’occupazione, che finisce quasi sempre per essere assolutamente casuale. Condizionata dalla sua impreparazione e dalla prospettiva “casalinga”, la ragazza accetta per lo più il primo lavoro che le capita: quello in cui e già occupata una sua amica o quello consigliatole da un conoscente di famiglia o quello per il quale è riuscita a ottenere una raccomandazione. Naturalmente, dimenticare che ciò accade non di rado anche per i ragazzi costretti ad accontentarsi della prima occupazione disponibile, specie la dove l’offerta eccede
la domanda sul mercato del lavoro. Ma le due posizioni, anche se appaiono simili nella pratica, non sono invece assimilabili: per il ragazzo, infatti, la prima occupazione è spesso un ripiego rispetto alla sua vocazione e delle sue preferenze personali: col tempo, egli cercherà di modificare questo stato di cose. Per la ragazza, invece, si tratta di un atteggiamento verso il lavoro extradomestico in generale, che ella considera non come un impegno permanente della sua esistenza, ma come una fase di transizione: per lei, l’obiettivo non è
quello di soddisfare meglio la sua vocazione professionale, ma quello di abbandonare ogni occupazione extradomestica. Vi sono occupazioni che vengono considerate ,oggi, particolarmente “adatte” alla lavoratrici perché esigono soprattutto un’attenzione minuta e costante, una notevole facoltà di concentrazione che sia in grado di resistere alla monotonia insita nel succedersi ininterrotto di gesti tutti uguali. Si è constatato che le donne “rendono” più degli uomini se impiegati in simili occupazioni. Ma quanto costi loro questo
“rendimento”, quanto pesanti risultino lavori di questo genere in confronto ad altri non sembra venga messo in rilievo. Il fatto è che , ancora è sempre, il criterio-guida è quello della massima efficienza: un criterio che gli uomini conoscono assai bene, naturalmente, per averlo sperimentato sulla loro propria pelle, ma che è di più difficile assimilazione per le donne, la cui formazione è diversa. Non è un caso che a trentacinque-quaranta anni le lavoratrici sia spesso già sfinite (e il fenomeno si è andato accentuando proprio in
questi ultimi tempi), mentre alla stessa età il lavoratore conserva ancora parecchie energie. A questo proposito è importante notare, anche, che le leggi protettive del lavoro femminile tengono ancora assai poco conto delle differenze tra i sessi: esse si limitano, per lo più, a proteggere la maternità e a escludere le lavoratrici dai lavori più pesanti, tradizionalmente intesi.
C’è, infine, da considerare l’ambiente di lavoro in particolare quello della fabbrica, sempre più anonimo e opprimente. Non v’è dubbio che la donna, proprio per le sue caratteristiche psicologiche, per la sua emotività, per il suo grande bisogno di “calore umano”, avverta con maggiore sofferenza dell’uomo questa fisionomia “nemica” dell’ambiente di lavoro.
E tuttavia si dice, la donna ha una grande facoltà di adattamento maggiore di quello del suo compagno, ciò è stato contatto nei fatti. Ma questo non significa affatto che ella si adatti volentieri e senza soffrirne: a questo adattamento, in realtà, fa riscontro un altro grado d’insoddisfazione, che tutte le indagini condotte in questo campo confermano. Un’insoddisfazione che aumenta in proporzione alla coscienza che la donna ha di essere
ingiustamente remunerata, proprio in relazione al suo rendimento. Non è forse quest’insoddisfazione, del resto, una delle componenti tra quelle che stanno all’origine della massiccia partecipazione delle lavoratrici alla lotta sindacale? Assai spesso donne e ragazze sono alla testa degli scioperi e delle manifestazioni sindacali, non soltanto perché a questo le porta la loro innata passionalità, ma anche per uno spirito di ribellione alle condizioni che l’ambiente in generale impone loro.
Nel fondo la loro speranza intima rimane quella di una diversa soluzione: e qui rientra in gioco il contrasto tra la figura della casalinga e quella della lavoratrice.Obbligato a scegliere tra le due la donna finisce per accarezzare un destino domestico che probabilmente le sarà negato, ma che ella continua a sentire come parte di se ce da stupirsene? Il suo è un tentativo tenace di superare quella frattura della personalità che la società ha in lei provocato: e se il tentativo è mal indirizzato la colpa non è sua. Sta di fatto che ella
finisce per considerarsi sempre una lavoratrice di passaggio, per avere sempre dinanzi agli occhi quella soluzione alternativa. E di qui tuttavia deriva l’ultima acuta contraddizione: in questo modo infatti mentre tenta di risolverla la donna non fa che accentuare la frattura della sua personalità. Da una parte per necessità di cose è portata a impegnarsi totalmente nel suo presente “extracasalingo”; dall’altra le sue facoltà sono proiettate in altre direzione, verso un possibile futuro casalingo. La realtà è diversa per quelle
donne che riescono ad esercitare una professione: se non altro per l’intima soddisfazione che esse traggono dalla loro attività. Ma anche in questo caso le contraddizioni connesse alla separazione dei ruoli non vengono affatto eliminate: permane il senso del rimorso, permangono le difficoltà di adattamento, permane soprattutto la differenza per l’ostilità del mondo maschile. E se anche per queste donne la preparazione al lavoro avviene proprio qui poi esplode il contrasto più evidente che è quello delle donne costrette a rientrare nel
destino domestico dopo essersi lungamente preparate allo stesso livello dell’uomo, per occuparsi una professione, o addirittura dopo aver esercitato la professione per qualche tempo, magari fino al matrimonio o alla nascita del primo figlio. Ciò che impedisce alla donna di acquistare coscienza di se stessa come unità lavorativa qualificata e di entrare nel mercato del lavoro con un permanente interesse professionale è proprio la separazione, il contrasto tra due ruoli, produttivo e casalingo, che nel passato erano tra loro organicamente
fusi, in maggiore o minore misura. E’ questo un problema fondamentale, forse il problema fondamentale dell’emancipazione femminile, con tutte le sue implicazioni pratiche e ideali: perché è solo acquistando quella coscienza di se stessa e nutrendo quel permanente interesse professionale che la donna può crearsi uni status sociale che vada al di là di quel primordiale legame diretto con la società, costituito da un’occupazione domestica. Ma nel contempo perché l’emancipazione significhi libero sviluppo della persona bisogna che
questa conquista non avvenga a prezzo di una rinuncia a quel ruolo domestico che la donna sente giustamente come suo. E’ quella frattura che deve essere superata, ricomposta a un più alto livello: ma è davvero illusorio pensare che questo superamento possa avvenire su un piano puramente soggettivo, di coscienze individuale, con un atto di volontà. Il contrasto tra i ruoli si verifica in ogni tipo di società industriale che non tenga conto della personalità femminile, ed è organicamente insito nell’organizzazione della società
capitalistica, che la persona umana subordina alle esigenze della produzione del profitto. E’ la realtà stessa a dimostrarlo: tipico di questa situazione è il problema della carriera delle donne. La società capitalistica richiede alla lavoratrice un impegno totale di carattere immediato nell’attività che le assegna, ma considera assolutamente eccezionale che una donna faccia carriera: di più tende a trasformare una donna che voglia far carriera in una non donna. Anche qui si comincia dalla base. L’operaia che entra in fabbrica,
l’impiegata che varca la soglia di un ufficio hanno assai poche prospettive d’avanzamento. Anche qui non si tratta soltanto di un problema di parità astratta, di un problema di diritti. Recentemente in Italia è stato riconosciuto alla donna il diritto di accesso alle carriere che le erano negate: ma con questo non sono stai rimossi gli ostacoli strutturali pratici e ideali, al suo ingresso reale in quelle carriere. A causa della separazione tra i ruoli la donna è ancora costretta a scegliere
tra una parte e l’altra di se stessa, a rinunciare comunque al libero sviluppo della personalità, se vuole davvero impegnarsi nelle carriere che fanno organicamente parte del mondo maschile. Deve riuscire a far dimenticare di essere donna se vuole andare avanti di più deve dimenticare lei stessa di appartenere al suo sesso. Nel nostro paese si è ancora solo al principio: ma appunto per questo è utile guardare agli altri paesi dove il processo è già in atto da tempo, dove le donne impegnate in una carriera sono più numerose. Negli Stati
Uniti le chiamano le non donne. Il dr. Wilhelm Stekel ha dedicato uno studio alle cosiddette “non women” americane. Egli afferma che esse sono il risultato di un secolo di evoluzione e rivoluzione, nel quale le donne americane hanno raggiunto la libertà economica sociale e sessuale. Le non donne sono dure e furbe, spietate e fredde, permeate di egoismo. Sono intelligenti spesso belle ed eleganti, ma in realtà sono perfettamente asessuali. Nell’immenso interesse che hanno per se stesse possono perfino ingannare. Esse non hanno
necessariamente l’intenzione di distruggere gli uomini e le donne che le circondano, ma nei fatti proprio di distruzione e lastricato il loro cammino. E i loro cari sono i primi ad essere distrutti. Ora in questo ritratto viene rilevato un grossolano errore di prospettiva. Le caratteristiche negative che il dr. Stekel attribuisce alle non donne sono in realtà proprie del sistema nel suo complesso. Malgrado la sua patina di bonomia, l’uomo d’affari americano è, duro e furbo, spietato e freddo. E chiunque voglia farsi largo, voglia avere
successo negli Stati Uniti deve distruggere con il sorriso sulle labbra avversari, ove gli siano d’ostacolo, anche amici e parenti. Ciò che il dr. Stekel rimpiange e che le non donne abbiano perduto le loro caratteristiche femminili tipiche, di dolcezza, di calore umano, di spirito materno, per assumere alcuni tratti dell’altro sesso. Ma questo è esattamente il prezzo che esse hanno dovuto pagare per inserirsi nel “ sistema” e utilizzare a fondo le loro capacità e le occasioni che venivano loro offerte: in una parola,per “fare
carriera”.Esse sono state costrette a forzare la loro natura proprio per penetrare e farsi strada nel “mondo maschile”.Per stare alle regole e tentare di vincere ,esse hanno dovuto rinunciare alla loro femminilità,pur conservandone e addirittura esaltandone i tratti esteriori,perché essa sarebbe stata loro di ostacolo.Il personaggio della “non donna”dunque,non è affatto il frutto dell’emancipazione,ma il simbolo del suo fallimento. E’esattamente il prodotto di una società basata su
una lotta feroce tra gli individui,che non ammette differenze.Le “non donne”sono il risultato dell’uguaglianza nella giungla capitalistica.Che poi il ritrovare i tratti tipici del sistema in una donna possa colpire di più che il ritrovarli in un uomo,è del tutto logico.Per assumerli la donna ha dovuto fare aspra violenza alla sua intima vocazione,al suo istintivo e profondo bisogno d’amore.Ha dovuto rinunciare alla sua sessualità,o distorcerla:il dr. Stekel nota che le “non donne”sono sempre frigide,anche se sono sposate e hanno
figli. E come potrebbe essere altrimenti?L’uomo del sistema ricorre al sesso come a una valvola di sfogo,cercando il rapporto sessuale “puro”,quasi sempre mercenario.Alla donna ciò ripugna in modo particolare:per non diventare una prostituta essa deve evitare questa via.Né d’altra parte può dimenticare che l’avventura,se per l’uomo è una piacevole “debolezza”o addirittura un vanto, per lei è una “colpa”.Non le resta che sopprimere fino al limite del possibile anche questa parte di sé.
Il problema capitale dell’armonica ricomposizione dei due ruoli,produttivo e domestico,a livello della parità tra i sessi non può essere risolto dalla società capitalistica:la quale tende ad acuirlo sempre più.La società capitalistica,infatti,ritiene “conveniente”che la donna rimanga e si senta una lavoratrice di “PASSAGGIO”:questo infatti le permette di utilizzare permanentemente la popolazione femminile come riserva di
manodopera,e d’altra parte,le evita di assumersi gli oneri che ancora pesano sul nucleo familiare e,in buona parte sulle spalle delle donne.Infine la società capitalistica si rifiuta di risolvere quel problema perché non vuole e non può tener conto delle differenze tra i sessi nel mondo del lavoro:il suo obiettivo supremo è quello di servire la produzione e il massimo profitto,non quello,opposto,di assicurare il libero sviluppo della persona. La sua tendenza organica è quella di ridurre le donne che entrano nel mondo del lavoro a puri
strumenti:e in questa direzione vanno tutte le soluzioni da essa proposte.Quando si postula l’esigenza di adattare, di preparare la donna a partecipare alla produzione, ciò che si propone, assai spesso, è l’integrazione totale della personalità femminile nel mondo del lavoro cioè la sua alienazione completa. Tipiche certe soluzioni proposte in relazione all’istruzione professionale per la donna. Tali soluzioni non considerano affatto la possibilità di un’istruzione politecnica completa,che mette la ragazza in grado di scegliersi
l’occupazione più adatta alla sua vocazione e di impegnarvisi a livello più qualificato. Ciò infatti presupporrebbe la volontà di ricomporre il contrasto dei ruoli, oppure l’intenzione di investire una somma considerevole per istruire un individuo che poi finirà per abbandonare il lavoro. L’istruzione professionale si propone soprattutto di tipo aziendale e tende a mettere la ragazza in grado di assolvere i suoi compiti immediati, a
rendere di più e in tempo più breve. Tipica anche la soluzione che in questi anni sembra riscuotere sempre maggiori consensi, del “lavoro a orario ridotto”. A tutta prima questo potrebbe addirittura apparire come il riconoscimento di un diritto specifico: ma nella società capitalistica si rovescia invece in una forma di discriminazione, in un nuovo mezzo per integrare e strumentalizzare la lavoratrice. In Italia siamo ancora alle proposte piuttosto vaghe, praticamente siamo solo allo stadio dell’enunciazione. Ancora una volta ci
soccorrono gli Stati Uniti, dove il lavoro a orario ridotto ha trovato applicazione. Ad esso ha dedicato un lunghissimo articolo la rivista femminile McCall’ s. nella sua introduzione l’articolo è esplicito: “giunge a questo punto il momento di notare che per donne che lavorano io non intendo le rare donne impegnate in una carriera che le porterà in livelli più alti..il mondo di una donna di questi tipo è particolare e interessante e per molti aspetti, buono; ma le donne di questo tipo rappresentano solo una minuscola percentuale
delle forze di lavoro femminile io m riferisco piuttosto alle migliaia e migliaia di donne che non nutrono illusioni verso la possibilità di imbarcarsi in una grandiosa carriere; donne che, quando dicono di voler lavorare intendono semplicemente questo. Alcune di queste donne si trovano poi a migliorare la loro posizione, comunque; per la maggior parte esse considerano questa possibilità solo come qualcosa di gradevole, qualcosa di extra. Non è questa la loro spinta primaria”. Non sembra quindi che possano sussistere dubbi sulla natura del
part-time job: si tratta di un lavoro svolto ai livelli più bassi, con la sola mira del guadagno. In esso si accentua al massimo il carattere subordinato e sostitutivo del lavoro femminile: ne è assente ogni interesse professionale. Del resto Winter non fa mistero degli scopi per i quali la società americana ha deciso di ricorrere al part-time job delle donne. Questo non consiste soltanto in un lavoro continuativo, ad orario ridotto, ma anche nell’occupazione occasionali o stagionali: lavori in trasferta che durano qualche giorno o qualche
settimana e poi cessano. La lavoratrice a tempo ridotto passa da un’azienda all’altra, in base alle necessità dei vari imprenditori. E viene impiegata sempre in lavori subalterni: per lo più di dattilografa, stenografa, contabile, oppure di impiegata d’ordine. Winter non dice se questo tipo di lavoro stia sviluppandosi anche nell’industria, ma ciò sembra improbabile, viste le esigenze degli attuali processi di produzione. Non è escluso che il futuro risulti anche possibile inserire le lavoratrici a tempo ridotto nella produzione
industriale: naturalmente a livelli più bassi. Il part-time job della donna è sussidiario anche rispetto alla famiglia. Attraverso la sua occupazione extra domestica, la donna non mira, in questo caso, a conquistare un’indipendenza economica che il salario o lo stipendio, ridotti in proporzione all’orario non le permettono. D’altra parte Winter sottolinea che il part-time job è utile in occasione di difficili momenti finanziari attraversati dalla famiglia. nessuno crede potrà fermare che da questo quadro il lavoro a tempo ridotto
risulti come una soluzione irreale della questione femminile, o anche come un mezzo per armonizzare ruolo domestico e ruolo produttivo. In realtà per questa via il contrasto non può che accentuarsi invece: il ruolo produttivo diventando sempre più strumentale e ruolo domestico rimanendo legato a un tipo di famiglia che obiettivamente si pone in termini di opposizione alla società. Non è che lavoro a tempo ridotto sia, in se un elemento positivo o negativo: ma a caratterizzarlo è la struttura della società che lo applica. In una società
che tende a subordinare sempre di più la persona umana alla produzione e al profitto e che d’altra parte, non intende la parità tra i sessi come riconoscimento e socializzazione delle differenze, esso non può che risultare una nuova forma di discriminazione a danno della donna, un nuovo modo per negare alla donna un autentico status sociale non subordinato. E infatti, al part-time job si oppone in una prospettiva uguale e contraria, la condizione delle “ragazze transistor” del Giappone. Destinate ad assicurare la massima produzione in
una delle branche più importanti del Giappone d’oggi, queste giovanissime lavoratrici, sono tenute in grandi collegi che somigliamo ad allevamenti. Tutta la loro esistenza è condizionata dalla funzione loro assegnata dalla produzione: ad esse viene assicurato tutto ciò che è necessario perché rendano meglio e di più perfino qualche ora d’amore nel week-end. Qui al posto dell’orario ridotto, c’è si può dire, “l’orario totale”: giorno e notte, dal lunedì alla domenica da un mese all’altro, tutta la vita di queste ragazze
si svolge all’ombra della produttività in funzione dei famosi dei famosi minuscoli transistor. Ecco come ancora una volta, sotto una lucida vernice ingannevole, la persona è ridotta a puro strumento: questo è esattamente l’opposto dell’emancipazione femminile, che è soprattutto libertà. Del resto sia in forme modernissime la sorte delle ragazze transistor giapponesi rinnova quella delle giovani lavoratrici agli inizi dello sviluppo dell’industria, anche in Italia: chiuse in collegi, preferibilmente rette da suore, e costrette a
vivere in funzione del lavoro loro assegnato. Ma infine e proprio molto diversa, ancora oggi la sorte di migliaia di ragazze che vengono dalla provincia a lavorare nelle grandi città del nord, per un salario tanto basso che serve solo a mantenerle in vita? E’ diverso il criterio informatore di quelle industrie che operano una continua rotazione nella manodopera femminile, assumendo sempre nuove ragazze, spremendole nel più breve tempo e alle condizioni più convenienti, e poi restituendole alla vasta riserva delle casalinghe? Lo scopo unico
è sempre il medesimo, anche se cambia le forme e l’asprezza dello sfruttamento. Il pericolo di una sempre maggiore “integrazione” e subordinazione della donna al processo produttivo, in condizioni di particolari sfavori, e di una più totale distorsione della personalità femminile è avvertito anche in Italia. Anche dai quei settori del movimento cattolico non contagiati dai miti del modernismo, della produttività pura, dell’efficienza e della tecnocrazia. Dai quei settori tuttavia si levano voci che tentano inutilmente la difesa
della personalità femminile su un terreno antistorico, e quindi impossibile di ritorno al passato: per questa via ci si ricollega alla nostalgia della famiglia. Altri coscienti del contrasto tra i ruoli continuano ad affermare la “ preminenza del ruolo familiare” l’importanza primordiale dei compiti domestici e della funzione materna della donna. Posizioni pericolose, quando poi proprio da esse scaturiscono proposte come quelle dell’orario a tempo ridotto, che nascondono la natura che abbiamo visto. Posizioni comunque sterili, perché
finiscono per considerare inevitabile e quindi per codificare quella separazione dei ruoli che sta all’origine della crisi: non è forse da queste stesse fonti che ci viene la teoria della “ libera scelta” fondata appunto sulla permanente alternativa tra ruolo domestico e ruolo produttivo? La contraddizione nei fatti, se non la si supera, essa non potrà che accentuarsi portando ai più stridenti paradossi. A mano a mano che la donna che rientra nella produzione tante barriere giuridiche e anche di costume cadono, per l’evoluzione
stessa dei modi di vita o per la battaglia condotta dei movimenti femminili, la condizione della donna muta: ma nel quadro di questa struttura sociale e sotto il segno di quel contrasto, essa finisce per essere viziata da nuove storture. La subordinazione femminile pur assumendo nuove forme, nella sostanza permane: e non è detto per nulla che non rischi di divenire perfino più grave che nel passato. Nella famiglia patriarcale la donna era relegata in una posizione d’ inferiorità: ma era almeno inserita in un mondo domestico organicamente
costruito per accogliere anche lei. Oggi la donna subisce una grave frattura della personalità: oltre che subordinata è disorientata e frustata, in preda ad una continua angoscia.In un paese come l’Italia, le possibilità aperte verso il futuro sono grandi. Col passare del tempo si va diffondendo nelle donne la coscienza che,“il destino casalingo”è illusorio: lo insegna l’esperienza delle lavoratrici che aumentano continuamente di numero. Da qui può nascere, e già nasce, la rivolta contro la separazione dei ruoli, contro la
frattura della personalità, contro l’alternativa lavoro-famiglia. Ed è una rivolta che, inevitabilmente, si indirizza verso le strutture della società cui quel contrasto è organico,. E’ una rivolta che investe l’intero mondo del lavoro e la sua organizzazione. In questo modo, la battaglia per l’emancipazione postula imperiosamente un rovesciamento del rapporto tra lavoratore e produzione, una radicale trasformazione “ del mondo maschile” del lavoro, perché anche in esso sia realizzata la parità proprio “socializzando” le
differenze. L’unica condizione per giungere a una reale emancipazione, infatti, è ancora una volta, che la donna partecipi alla produzione come individuo, acquistando un pieno status sociale che comprenda il ruolo domestico, di modo che i ruoli di lavoratrice, moglie, madre siano per essa momenti omogenei nei quali esprimere la sua personalità.