Istituto Superiore Statale "D. Alighieri" - Enna

liceo socio-psicopedagogico

 

poesie, racconti, etc.

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poesie, racconti, aforismi, etc.

 

I buongustai siciliani preferiscono, solitamente, alla carne (il muscolo nei suoi diversi tagli, con o senza osso ) le frattaglie. La carne costituisce il più comune secondo piatto dei loro pranzi; le frattaglie rientrano in quella speciale categoria di pietanze che vanno sotto il nome di schiticchi, parola magica che evoca piaceri della tavola indescrivibili, fantasie gastronomiche particolari nonchè occasioni conviviali da sballo. L’origine della preferenza si perde nella notte dei tempi, risale insomma all’atto della creazione.

 

Dio creò l’infinito Universo e poi la Terra, dimora dell’uomo. Dopo aver creato l’amorfa materia di cui è costituita la Terra, la sorvolò e rimase insoddisfatto. Allora incaricò un Angelo di prendere l’ampolla della luce e di versarla sulla Terra. Ne discesero infiniti colori che produssero infinite macchie. Dio rimase non soddisfatto. Allora incaricò un Angelo di prendere l’ampolla delle forme e di versarla sulla Terra. Ogni colore si collocò pertanto in uno spazio ben definito e tutto sembrava più ordinato, ma Dio non era ancora soddisfatto. Allora incaricò un Angelo di prendere l’ampolla del movimento e di versarla sulla Terra. Da quel momento il bianco si cullava sui fiocchi della neve e si rincorreva sulle creste delle onde, il verde s’inchinava con le erbe, il rosso danzava con le fiamme e il giallo cavalcava le messi. Il Mondo divenne bello e per vederlo Dio donò gli occhi agli uomini. L’uomo guardò ma non ringraziò. Dio capì e allora incaricò un Angelo di prendere l’ampolla dei suoni e di versarla sull’Universo intero. I movimenti degli astri cominciarono allora a produrre sinfonie, il vento tra le canne si fece Organo, l’acqua tra le pietre del ruscello Xilofono, la risacca del mare Maracas, gli uomini e gli uccelli si misero a cantare e a tutti furono donate le orecchie. Il canto degli uomini si trasformò in preghiera e la preghiera in canto. Dio capì e donò loro il mondo. Pago del mondo e degli uomini, il Signore Iddio, dopo aver nascosto le rimanenti ampolle, se ne tornò nella dimora sua celeste. In particolare, ne mise una dentro un frutto che chiamò del Bene e del Male, facendo all’uomo divieto di mangiarne, anche se in quel tempo l’uomo non aveva necessità di nutrirsi e raramente portava in bocca alcuno di quegli abbondantissimi e perfettissimi frutti che la terra produceva. Certo, le fanciulle si tingevano le labbra con le fragole e  cingevano le orecchie con grappoli di ciliege, come ancora fanno i bambini di Sicilia; con zucche costruivano lanterne dalla luce tenue in quei crepuscoli di paradiso; con foglie e fiori tessevano mantelli e intrecciavano ghirlande.

Nel mentre che Dio giacea nel suo divin giaciglio, i fanciulli scorrazzando per l’infinito mondo, di tanto in tanto scoprivano, nel fondo oscuro di una stretta spelonca, nel fondo melmoso di uno stagno o sotto la cappella di un grosso fungo, un’ampolla; sì, di quelle che Dio avea nascoste. I fanciulli, per natura curiosi, toccavano, premevano, tiravano, aprivano, come ancora fanno i bambini di Kabul e Bagdad, quegli oggetti strani e, forse, un pò pericolosi. Fu così che fu versato il vaso della temperatura: il caldo scelse il fuoco e il freddo il ghiaccio.

Passarono tante generazioni dal  dì che il mondo fu creato e del divieto divino di non mangiar quel frutto non se ne  serbò traccia, fintantochè non fu trovata, rotta e versata, dai soliti ragazzi vagabondi, l’ampolla del Sonno. Esso si sparse, possente e invincibile, con la velocità del tuono. Domatore d’uomini e di cavalli, soggiogò gli esseri viventi che da lui posseduti cadevano in uno stato di assenza, privo di luci e di colori, di silenzi e di rumori. Grande ne derivò il turbamento: chi intristiva e chi soffriva d’abulia, chi pativa l’ansia. Dio, che nel costruire il mondo divenne Amore, cominciò a preoccuparsi per la salute degli uomini. Mandò allora sulla Terra un Angelo affinchè guidasse uno dei soliti ragazzacci a trovar  l’ampolla che contenesse i sogni. E questo avvenne. Avvenne  dunque che i sogni popolassero le notti delle genti. Essi mescolavano fatti veri e storie mai vissute, portavano lontane musiche perdute; in essi intensità e pallori venivano raddoppiati, scorrevano immagini di mondi ancora non creati, di cieli con due Lune e di monti capovolti. Il sonno non fu più assenza, ma pienezza d’emozioni. L’uomo acquistò in salute e divenne un pò svanito. Passava il tempo a raccontare quanto avea sognato o a pitturarlo, stimandolo più bello del Creato. Dio, forse un poco risentito, si risolvette a convocare l’uomo nella sua dimora. Andò Adamo, il primo e l’unico a varcare quella soglia, il ragazzaccio che avea trovato l’ampolla. Tra lui e Dio si stabilì un accordo.... come dire....

...sindacale: da quel momento in poi, l’uomo avrebbe sognato di meno e l’arte di più avrebbe imitato il mondo così come Dio l’ha fatto.

Frattanto, in uno di quei fugaci momenti in cui all’uomo fu concesso di sognare,  Eva sognò del melo e dei suoi frutti. In una precoce ora mattutina, una colomba bianca, entrata in sua magione, le volò d’intorno e le si posò d’accanto, infine le parlò soavemente. Ella si destò d’un tratto e s’avvide che la colomba era reale e continuava a parlarle soave. Ma Eva si destò di nuovo e s’avvide che prima avea sognato, ma la colomba accanto soavemente le parlava. Si destò di nuovo, ma la colomba ancora soave continuava a parlarle. E si destò ancora cento volte e s’avvide che per novantanove volte avea sognato. Allor si abbandonò e, insieme alla colomba, attraversò la  bruma del mattino. Tutto era uguale  nel biancor dell’alba, s’udiva soltanto lontana e lenta la risacca e il rimestare del remo di una barca. Più s’inoltrava il giorno e più restava alba. Il bianco era sempre più uniforme quando apparve come tuorlo nell’albume un melo verde dai vermigli frutti.

Quel giorno l’umanità, e non solo, si svegliò con un languore strano, non conosciuto prima, che fu chiamato fame, mentre l’aurora colse Eva sprofondata in un sonno greve. Quando ritornata  fu alla veglia, come era vezzo allor e come lo è ancora, l’ignara donna raccontò il suo sogno, dimentica del melo e del colombo. “ Io camminavo in deserto campo e viso antico, immenso smisurato, da cielo a terra mi facea da sfondo. Tu coglierai quel frutto, tu conoscerai il Bene e il Male - così disse, senza profferir suono dalla bocca, solo colla luce di quegli occhi da me veduti senza osar lo sguardo “. Questo sovvenne ad Eva e il suo racconto fece a tutti ricordare il divieto divino di mangiar del Melo. Ella allora intepretò il sogno rivalutando la figura del Gran Padre e filosofò intorno al Bene e al Male come i due corni del reale. Eva fu insomma la prima intellettuale, ma, ahimè, non sarà per questo ricordata, semmai per  certi suoi facili costumi, e, come spesso  è uso popolare che chi descrive il mal ne è l’autore, a Ella fu attribuito il Peccato Originale.

 Non fu sola fame a spinger l’uomo a mangiare, da quel dì in avanti. Fu anche piacere o, come Eva notò nei Prolegomeni, paura del vuoto. E l’uomo riempì subito la pancia. Esercitando a pieno regime le mandibole, triturava cortecce e palme nane, le erbe della terra compreso le zizzanie.

Eva, filosofa verace, presagì il flagello che incombeva sul verde tesoro della fitta selva. Dopo lunga e attenta riflessione, sulla storia del mondo e sulla creazione, pervenne all’idea che esservi dovea un’altra ampolla, ficcata in qualche angusto anfratto e ormai sepolta, che, se versata, avrebbe salvato il mondo. Ed Ella intraprese la ricerca. Percorse le pianure planetarie, scrutò le rugose cordigliere, rovistò tra le melme originarie, soggiornò tra i ghiacci boreali, battè le sabbie roventi del deserto, lambì il lido antartico, s’immerse nella foresta tropicale e, infine, seguendo antiche leggende popolari, pervenne all’isola a triangolo sul mare. Là, posata su un altare, venerata come a reliquia sacra si conviene, intatta come Dio l’avea confezionata, trovata fu l’ampolla e subito versata.

Vapore lieve inondò  l’aere, impregnò le piante fino alle radici, imbibì la terra fino alle falde acquifere, contaminò il mare e gli esseri viventi. Aroma diffuso riempì i respiri e tutti allor capirono perchè fu creato il naso. Dell’isola odorosa ovunque si estese il profumo che mutò dei popoli il costume: il piacere grossolano del mangiare si trasformò in gusto, sottile e raffinato. Or l’uomo preferì al piatto pieno il cibo saporito e prelibato. Ancor più in Sicilia il cibo esser dovea profumato: gelo di melone e gelsomino, frittelle di fior di zucca e di robinia, liquor di zagara e di mandarino. E tra l’odor del mare e dei suoi frutti, del fior di mandorlo e della ginestra lavica, dei capperi selvatici, esalò, Eva millenaria, l’ultimo respiro e, declinando gli occhi nel futuro, vide quant’altre volte ancora il mondo avrebbe dovuto essere salvato. A Lei, sorella, madre, amante da tutti rinomata, la gente di Sicilia rende omaggio dedicandoLe primizie e libagioni. Sempre, a Palermo, per le strade, si allestiscono Are, ove, quotidianamente, si consumano riti scrificali che innalzano al cielo, sua dimora, odorosi fumi di Panelli, Meusa e Stigghiola.

 

Aggirandomi tra i ciauri di Palermo, nei quartieri vecchi, tra le case sgarrupate dalla guerra, dove vivono bande di bambini, di sorci, gatti e cagnolini, mi chiedo, ora, dopo tanto tempo che Eva è dipartita, se la creazione   s’è compiuta tutta   o c’è, nascosta, qualche altra ampolla che potrebbe ancor mutare il mondo e renderlo, magari, un pò mi......nchia  come Dio vuole.

 

Salvatore Chiello